Avvocato e giurista a Roma, saggista e poeta, Luigi Trisolino, nato l’11 ottobre 1989, incarna un itinerario intellettuale e umano fuori dal comune. Dall'attivismo ultra-progressista della giovinezza all'approdo contemplativo e rigoroso nel cattolicesimo della Tradizione, il suo percorso è una sfida aperta al relativismo contemporaneo. In questa conversazione intensa e senza sconti, il Presidente dei « RadicaTi » ripercorre le tappe della sua conversione, analizza la crisi di identità dell'Europa e lancia una proposta politica, culturale e poetica per le nuove generazioni in cerca di radici e di verità.
Avvocato Trisolino, lei naviga professionalmente tra gli arcani della burocrazia romana e il rigore del diritto pubblico, coltivando al contempo la sensibilità del poeta e la radicalità del convertito. Non è questa la definizione perfetta di un equilibrista… o di un incorreggibile romantico che cerca ancora leggi immutabili in un mondo che cambia idea ogni cinque minuti ?
« Le formiche operano con la stessa laboriosità sia quando trasportano granelli di sabbia, sia quando spostano carcasse di insetti, sia quando scavano nella terra. E non è forse vero che le aquile dominano l’aria con la stessa forza alata sia quando costruiscono i nidi in cima alle montagne, sia quando in quei nidi portano prede per sfamare i propri pulcini ? Allora in ogni contesto e con ogni materiale da ideare, lavorare o trasportare, sia esso giuridico, giornalistico, poetico, politico o teologico, io resto lo stesso uomo, mosso e illuminato dalla stessa conversione a Cristo nella tradizione petrina. Il mio segreto per provare a tenere tutto insieme, senza mai ricorrere a snaturanti equilibrismi e senza mai rincorrere romanticismi, è restare scomodo. Resto scomodo anzitutto di fronte a me stesso, vegliando cristianamente come una sentinella, per tenermi pronto qualora dovessi essere chiamato a risultare ancor più scomodo là fuori, magari politicamente, in mezzo agli altri. Dopo la mia faticosa e articolata conversione, nel mio piccolo, nel battermi contro il globalismo del gender e del woke, già inizio a risultare scomodo per i progressisti, da cui ormai da tempo per coerenza di cattolico ho preso politicamente le distanze. Ma spero di risultare propositivamente scomodo anche in mezzo a quei conservatori sbiaditi, che ormai nei linguaggi e nelle azioni socioculturali quasi si confondono con gli esponenti della palude ideologica moderata, anticamera del progressismo. Persino la mia poesia quando tratta temi sociali è scomoda. Soprattutto in questo tempo di poeti e pseudo-poeti dominati, anche inconsapevolmente, dal disinteresse verso la politica o da retorici impegni civici alla mercè del progressismo mainstream, del materialismo, del buonismo mai buono e del neo-pacifismo a rime ideologiche obbligate. Giornalisti e giuristi non sono da meno in questi processi di auto-riduzionismo e di conseguente aborto delle coscienze. Quindi la scomoda azione del convertito a Cristo nella tradizione petrina, in presenza di diversi talenti coltivabili, non può che essere poliedrica, energica, in ogni ambito in cui si può e si riesce a testimoniare con fede. In questo tempo restano comodi soltanto i falsi profeti, gli stessi che dobbiamo contrastare promuovendo la necessità umana, e politica, di ispirare le nostre identità, le nostre regole nazionali e i nostri Trattati europei al più maturo diritto naturale che io conosca, ossia quello a radice cristiana ».
Cosa ha aperto le breccia verso la conversione al cattolicesimo nel suo percorso di giurista, immerso quotidianamente nella razionalità delle istituzioni pubbliche a Roma ? La fede è stata per lei una rottura o l'approdo logico di una ricerca della verità ?
« Ho afferrato la realtà per guardarla dritta negli occhi, senza più filtri relativisti provenienti da sovrastrutture intellettuali o professionali. La realtà nella sua essenzialità ha aperto le braccia, a me che la circumnavigavo. Sono andato al di là delle formalità giuridiche che talvolta ingabbiano lo Stato di diritto, e sono andato anche oltre le finzioni che il marxismo neo-trozkista prima e il progressismo liberale poi mi hanno curiosamente raccontato sull’essere umano. Non mi è più bastata la turistica curiosità intellettuale sull’umano, e sono andato così alla ricerca autentica della verità. Dall’età adolescenziale fino ai miei 34 – 35 anni, infatti, coltivavo gruppi e sistemi di pensiero, come un Ulisse desideroso di conoscere tutti gli isolotti che lo separano da Itaca, sua vera patria. Di fronte alla realtà dell’essere umano, di fronte alla realtà delle società e delle mutevoli civiltà, ai tempi di Gesù come ai tempi nostri esistono valori naturali non negoziabili, e pur avendolo sempre saputo continuavo a voler conoscere quanti più punti di vista possibili in nome di eccentriche interpretazioni della laicità, della fratellanza e dell’apertura alle diversità culturali. La conoscenza è fondamentale, sia chiaro, ma a un certo punto del percorso della vita ciascuno ha la responsabilità di dire quell’evangelico “si si, no no”. E io l’ho fatto iniziando un cammino pastorale insieme ad altri giovani uomini e donne, un fine settimana al mese per oltre mezzo anno, presso il convento francescano di San Bonaventura al Palatino, un posto romano semplice dove c’è un giardino meraviglioso con vista dall’alto sul Colosseo. Lì ho capito che c’è una verità, e che i compromessi ideologici nella sfera del dover essere sono compromessi personali, sociali, statali, sovrastatali, ma non rappresentano la verità sull’essere. Ho guardato in faccia la realtà e ho cercato la verità in modo finalmente autentico. Non potevo più sostenere l’ultraprogressismo che provocatoriamente sostenni negli anni del triennio al liceo classico, quando addirittura all’età di 17 anni con amici militanti scrissi e feci circolare in poche copie un volantino, affiggendolo pure su una porta laterale della mia parrocchia natìa in Puglia, per scandalizzare chiedendo la legalizzazione dei matrimoni di gruppo e delle adozioni alle famiglie di gruppo, pur essendo sempre stato fortemente monogamo nella vita personale. Ho guardato in faccia la realtà naturale, e ho abbandonato anche il mio successivo progressismo liberale, che fino ai miei 33 – 34 anni non ho disdegnato. Quando Cristo dal tabernacolo ha bussato alla porta della mia mente politicamente attiva, per allinearla a ciò che in realtà ho sempre nutrito intimamente nel cuore, non ho voluto aprirgli la porta a metà, e gliel’ho aperta tutta. Sarebbe stato ipocrita da parte mia aprirla a metà, e io detesto l’ipocrisia. La fede nella prospettiva della tradizione cattolica per me è stata un approdo empirico, personale e condiviso, fatto di incontri, di volti, di vita, di tempo. Ma le conseguenze che la fede cattolica ha portato nella mia vita di attivista per i diritti e per le libertà hanno rappresentato una rottura politica, con la coerente e conseguente scoperta razionale della destra divina, conservatrice, fondata sui diritti naturali, sulla cristianità culturale, sul libero arbitrio rispettoso della vita dal concepimento alla morte naturale. Da demolibertario soltanto intimamente pro-vita che ero, così, sono diventato diversamente demolibertario, pro-vita, ossia un cattolico che riconosce pubblicamente e democraticamente la vita come presupposto logico ed empirico della stessa libertà, senza mezzi termini. La sacralità della vita viene prima della libertina autodeterminazione. In realtà per me si è trattato di una ri-conversione alla cattolicità autentica, perché da bambino e fino all’età adolescenziale avevo una visione chiara, innamorata dei sette doni dello Spirito Santo e ispirata al magistero della Chiesa, anche sulle questioni di bioetica. L’Odissea è partita da lì, da quel Luigi Trisolino adolescente che per ribellarsi ai dominanti schemi piccolo-borghesi della provincia pugliese degli anni 2004 – 2007 fondava gruppi poetici e politici rivoluzionari, prima di andare a vivere a fine 2008 a Roma, dove in contesti metropolitani divenni invece umanista socialista e poi liberale radicale. La ri-conversione ha fatto la sua piacevole eruzione come una goccia che diventa fiume, portando i suoi frutti di rinascita nel 2025. È stato un ritorno alla mia Itaca, alla mia vera patria, che è il Cristo lungo la via di Pietro pescatore di uomini. Si è trattato di un ritorno al magistero cattolico molto vissuto, più consapevole e soprattutto più maturo rispetto alla mia fede d’infanzia. In filosofia si direbbe che la dialettica della mia fede cattolica, con le conseguenti scelte politiche di bioetica, potrebbe essere rappresentata dalla dialettica della destra hegeliana, dove c’è una tesi che sarebbe la mia infanzia, una antitesi che sarebbe la mia adolescenza con la successiva prima giovinezza e poi una sintesi, ossia la mia attuale vita dopo la ri-conversione, che realizza in modo più compiuto la radice cattolica della mia tesi nativa ».
Spesso il cammino intellettuale verso la fede ha bisogno di un'incarnazione. Qual è stato il ruolo preciso della liturgia e dei sacramenti nella sua conversione ? È stata la bellezza, il silenzio o la sacralità del rito ad avere la meglio sulla sua ragione di giurista e a sconvolgere il suo cuore di poeta ?
« Sul Palatino ho spogliato l’intelletto dalle croste ideologiche, ho affidato la mia vita allo Spirito Santo nel silenzio delle adorazioni eucaristiche, ho visto nascere vocazioni alla via religiosa francescana in quattro ragazzi, di cui uno diversi anni più grande di me. Ho anche visto come il logos dello Spirito ha agito sul razionalismo di un amico, che fa il professore di matematica all’università La Sapienza e che ha seguito il mio stesso cammino al Bonaventura. Arrivato a me, lo Spirito mi ha riconfermato ciò che ho sempre saputo, ossia il mio essere vocato per una esistenza laica incompatibile con una vita da sagrestia e abiti sacri, e mi ha fatto vedere tra le mie stesse mani alcune armi, piccole ma comunque esistenti. Le armi della politica e del diritto, ma soprattutto della poesia, e di tutto ciò ho fatto dono a Dio. Ho dunque messo nel fuoco sacro della vita una possibile missione di attivista, per conservare e ravvivare la buona novella del Signore attraverso una ragione umana naturale capace di non scindersi a compartimento stagno rispetto alla fede. Sul piano liturgico nelle celebrazioni apprezzo i momenti di silenzio, davanti alla transustanziazione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo. Penso di aver percepito Dio attraverso il sole all’età di 14 anni durante un campo scuola di Azione Cattolica in Calabria, e attraverso il vento all’età di 17 anni sul balcone della casa natìa in Puglia. Adesso, forse, potrei gustarne la presenza nello spazio infinito che si apre quando riesco a edificare un silenzio discente, nel recinto terreno della mia interiorità. A fine luglio 2026 è uscito “Carnànima — Madrepoesìa patria e pellegrina”, il mio libro di cinquanta poesie cristiche, pellegrine e patriote che ho scritto nel 2025 tra Tivoli, Roma, il deserto del Fayyum, Il Cairo, la Galizia spagnola, Milano, la Sicilia, diverse località pugliesi e così via. Quelle poesie coincidono, esse stesse, con la mia conversione. La mia raccolta poetica “Carnànima”, che il 12 e 13 settembre 2026 ho presentato in Francia al Salone del Libro Spirituale presso il Museo Marabini-Martac di Menton, è fondamentale per penetrare nel mio cammino di rinascita, e spero che i miei versi poetici possano essere utili ispirando e convertendo qualche lettore ».
Oggi assistiamo a questo paradosso sorprendente : molti giovani, saturi di schermi e di soggettivismo, si rivolgono alla messa tradizionale e alle forme classiche della fede. Lei che ha sposato questa Tradizione, cosa ha da offrire di così irrinunciabile a una generazione in cerca di punti di riferimento saldi ?
« Da offrire ho solo la mia testimonianza. Porgo la mia carnànima, tutta intera, tutta nuda e tutta unita, attraverso i miei versi poetici di conversione. Un anno fa, ad agosto 2025, ero a Santiago de Compostela, dove sono atterrato comodamente in aereo senza fare il cammino, ma è stato il cammino di Santiago a venire da me, tra spiagge oceaniche e macchie mediterranee sconfinate dove con taccuino e penna ho morso tra i denti la consapevolezza che ciascuno di noi, pur passeggero e circoscritto su puntini specifici di questa Terra per un breve tempo, conta molto agli occhi perennemente innamorati del Creatore. E ho da offrire militanza politico-culturale per promuovere là fuori i valori non negoziabili della vita, della sacra proprietà privata familiare e aziendale, della difesa dei territori dai globalismi finanziari materialisti e anticristiani. Insieme al mio amico e collaboratore Antonio Margheriti da poco ho fondato l’associazione cattopatriota “i RadicaTi – dal diritto naturale alla legge”, o più semplicemente “i RadicaTi”, che presiedo. Con l’associazione ci battiamo su giornali, radio, canali di web-TV, con convegni e conferenze in Senato e in Camera dei deputati a Roma, e non solo. . È già disponibile il sito internet ufficiale iradicati.it, dove chi è interessato può iscriversi all’associazione e collaborare in varie forme ».
Il Belgio è stato profondamente segnato dalla crisi degli abusi sessuali, che ha scosso la fiducia dei fedeli e screditato l'istituzione. In qualità di giurista e cattolico legato all'esigenza morale, come analizza questa prova ? La Chiesa può ritrovare la sua voce profetica senza una trasparenza radicale e un ritorno intransigente alla santità del sacerdozio ?
« Questi brutali fenomeni devono essere puniti duramente e non bisogna aver paura di denunciare, ma occorre anche stare attenti alla verità dei fatti, per non rischiare di creare più mostri di quelli effettivamente esistenti. Occorre evitare ogni strumentalizzazione e ogni automatismo ingiustamente giustizialista, e lo dico da garantista verso tutti. Solo se e quando la Chiesa cattolica belga e di ogni parte del mondo riuscirà a sentirsi fiera di denunciare gli abusi sessuali reali, e di punirli, potremo dirci davvero soddisfatti del lavoro delle sagrestie e delle burocrazie ecclesiali. La nostra fede, messa alla prova di fronte alle ingiustizie interne alla Chiesa, dovrà essere alimentata dalla forza della verità in sé, senza aver paura di criticare eventuali politiche clericali immorali o eventuali abomini localistici da sagrestia. La Chiesa deve pretendere ministri del culto disponibili alla trasparenza negli stili di vita, altrimenti non potrà profetizzare. Soltanto una istituzione comunitaria onesta può farsi profeta in una società di maschere e opportunismi ».
Sul piano etico, il Belgio è uno dei Paesi più permissivi d'Europa, in particolare per quanto riguarda l'aborto e l'eutanasia. Per un giovane cattolico, testimoniare il rispetto della vita sembra spesso una battaglia di retroguardia, se non addirittura un reato d'opinione. Come deve posizionarsi un cristiano di fronte a questo "consenso" statale senza cadere nello scoraggiamento o nel compromesso ?
« Le rispondo facendole un esempio molto pratico. Noi RadicaTi, appena fondata l’associazione a giugno 2026, siamo stati con il nostro logo in mezzo agli altri in prima fila alla Marcia per la Vita di Roma, organizzata da Pro Vita & Famiglia. In quella occasione ho anche personalmente conosciuto e marciato insieme a Mons. Suetta, vescovo di Sanremo pesantemente criticato dai progressisti per la scelta di suonare le campane contro l’aborto. Tutto questo è documentato sui miei profili social e anche sul sito internet dei RadicaTi. Siamo per la promozione culturale e sociale del valore della vita e non ci fa paura dirlo apertamente, anche all’interno della destra e del centrodestra da cui ci aspettiamo coraggio e identità su questi temi.
In autunno quasi sicuramente nel Parlamento italiano verrà riproposto il bivio sulla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito, anticamera dell’eutanasia. Noi, come associazione “i RadicaTi”, stiamo facendo sentire la nostra contrarietà assoluta su Radio Maria, sui giornali, ma anche in alcune riunioni dove sono presenti parlamentari italiani. In Italia si è venuta a creare una situazione difficile su quel fronte, perché dopo una sentenza della Corte costituzionale che nel 2019 ha depenalizzato un’area di azioni volte ad aiutare i suicidi in alcune circostanze, ben quattro regioni italiane da ultimo hanno emanato leggi regionali sul suicidio medicalmente assistito, e dunque secondo noi RadicaTi urge una legge nazionale che metta ordine sancendo l’espresso divieto, su tutto il territorio della Repubblica, sia per le pratiche di suicidio assistito sia per quelle di eutanasia attiva.
In autunno porteremo avanti la nostra battaglia. Almeno dove non esiste ancora una legge nazionale che riconosce l’eutanasia e il suicidio assistito, come cattolici e come giusnaturalisti legalitari dobbiamo farci sentire con la nostra testimonianza. Chi non lotta non testimonia, e chi non testimonia o testimonia soltanto a metà per codardia non è fedele alla Parola di Dio o, per chi non crede, non è fedele all’ordine naturale e alla ragione umana.
Passando al tema dell'aborto, dato che esiste già una legge da molto tempo e in moltissimi Paesi, e siccome non è concretamente percorribile la via legislativa abolizionista, dobbiamo presidiare il terreno della vita intrauterina contrastando tutti quei progetti che tendono a facilitare o incrementare gli aborti. In Unione europea, per esempio, occorre farsi sentire affinché con i soldi dei cittadini degli Stati membri non si finanzino progetti abortisti radicali, come quello di ‘My Voice, My Choice’ sul cosiddetto “Erasmus dell’aborto”, con cui si vorrebbero agevolare gli aborti liberi attraverso viaggi di donne in Paesi dove vigono norme più aperturiste, e dunque più materialiste e svalutative della vita in sé. Ho denunciato l’assurdità di tale progetto in un mio articolo intitolato “Naturalità e legge. Legalizzare i diritti naturali”, pubblicato sulla Miscellanea 2026 della Fondazione Vexillum del Card. Burke, in un libro a più mani in cui il mio saggio ha l’onore di essere stato edito insieme agli articoli dei Cardinali Burke, Comastri e Farina. Occorre infatti fare pressione anche in letteratura, per non lasciare quest’ultima in mano al monopolio laicista mainstream. Invito i giovani cattolici a scoprire il valore della militanza, e ad appassionarsi fattivamente ad essa in quanto cattolici. Noi RadicaTi vi aspettiamo ».
Il Belgio, e in particolare Bruxelles, è il crocevia di un multiculturalismo intenso in cui il cattolicesimo storico si scontra da un lato con un secolarismo aggressivo e dall’altro con un’affermazione religiosa islamica. Che sguardo porta un osservatore romano su questa perdita d’identità cristiana nell’Europa del Nord ? Il multiculturalismo privo di punti di riferimento spirituali comuni non rischia di condurre a un vuoto civile ?
« L’indimenticabile Joseph Ratzinger, il cui pensiero sull’uomo e sulla cristianità ispira l’associazione “i RadicaTi” che presiedo, nel 2004 denunciò che c’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano, e che si può considerare solo come qualcosa di patologico. Il grande teologo, che sarebbe di lì a breve divenuto pontefice, aggiunse che l’Occidente tenta di aprirsi a valori esterni ma non ama più sé stesso, e che della sua storia vede ormai soltanto ciò che è deprecabile, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. Per riprendere Ratzinger, dobbiamo ricordare a Bruxelles, al Belgio intero e a tutta l’Unione europea, oltre che alle singole Nazioni guidate da progressisti di bandiera, che se non sai chi sei, da dove vieni e dove vuoi andare al livello continentale, sei destinato a soccombere, o a sopravvivere da vinto. Serve un atto politico forte da parte dell’Europa e di tutti gli apparati sovranazionali europei, serve inserire le radici cristiane nel Trattato sull’Unione europea e nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Solo così eviteremo di darci in pasto alla cancel culture, che è la figlia barbara del vuoto e del nichilismo odierno. Inserire espressamente le radici cristiane a fondamento dei Trattati e dei princìpi generali europei implica una coraggiosa inversione di tendenza culturale e normativa, rispetto alla bioetica del nichilismo che da più parti si sta facendo strada in Europa, e che di fatto ci porterà verso una eutanasia dell’Europa ».
Siamo un po’ impertinenti : il ritorno alla fede, il suo e quello di alcuni giovani, non sarebbe in fondo che un tentativo disperato di “salvare il salvabile”, un riflesso identitario e reazionario di fronte al multiculturalismo e alla paura del grande vuoto civile ? Insomma, non si rischia di trasformare Cristo in un semplice baluardo sociologico ?
« L’impertinenza se è meditativa e propositiva mi piace, perché è il germoglio che rivela la fatica della semina, in attesa di un migliore raccolto. Partiamo dal presupposto che per scandalizzarmi ci vuole un cataclisma, e forse nemmeno mi scandalizzerei. Partiamo anche dal fatto che personalmente non ho paura di ciò che sono stato e dei progressisti che in passato ho sostenuto, di cui conosco i pensieri, le metodologie e soprattutto i limiti. Detto tutto ciò, la fede ti fa graffiare la patina dell’indifferenza, ti fa procedere in modo organizzato ma al contempo ti fa andare all’arrembaggio sulla vita, con faticosa speranza, con studio, con laboriose innovazioni che sappiano conservare la naturalità del vivere in società. L’unica cosa che la fede non ti fa fare, o dovrebbe non farti fare, è il consegnarti a braccia alzate alla paura. Se la nostra militanza scaturisce davvero da una sincera conversione cristiana, affidiamo la forza umana, finita e limitata, alla ispirazione divina che è invece infinita e illimitata. Pur nella umana paura, nessuna paura deve fermare chi si ispira alla fonte della vita stessa, Cristo. Non è un transeunte afflato romantico, né un mero costrutto sociologico. È molto di più ».
Storicamente, la vita istituzionale belga — plasmata dallo spirito della Rivoluzione francese, dall'umanismo secolare e dall'influenza duratura delle reti massoniche — ha spesso cercato di relegare la fede nella sfera strettamente privata, sancendo in un certo senso il fallimento storico del “cristianesimo politico” e dei partiti confessionali. Di fronte a ciò, quale deve essere la postura dei cristiani oggi : bisogna ancora impegnarsi attivamente nella mischia politica correndo il rischio di dissolversi, o privilegiare la costruzione di isole di resistenza culturale e spirituale ?
« Non serve fare operazioni uguali e contrarie alla Comune di Parigi, poiché una Comune dei cattolici piuttosto che smielate comunità chiuse tra mura soltanto spirituali e familiari, piuttosto che un anacronistico Partito dei cattolici o dei cristiani, piuttosto che ritorni nostalgici a immaginarie istituzioni statali o sovrastatali confessionali e dipendenti dall’imperio clericale, e così via, sono idee non solo impraticabili e fallimentari ma anche odiernamente malsane.
Come cattolici nello scrutinio della nostra coscienza dobbiamo farci un esame di coerenza, anche sul piano politico, che è lo stesso piano su cui si agevola la proprietà privata per agevolare la formazione della famiglia, che è lo stesso piano su cui si tutela la vita con divieti di adozioni gay, di eutanasia, di suicidio assistito, che è lo stesso piano su cui possiamo fare in modo che l’aborto non diventi mai la libertina vomitata del sabato sera. Dobbiamo impegnarci in politica tra i conservatori. Dobbiamo sfatare il falso mito del cristianesimo comunista e globalista, che nulla c’entra con il cattolicesimo. Dobbiamo quindi invitare i cosiddetti “comunistelli da sagrestia” ad occuparsi di morale e di carità, non di moralismo o di buonismo. Il passo evangelico “ero straniero e mi avete accolto”, per esempio, nulla c’entra con l’ammissibilità dell’immigrazionismo di massa, il quale invece mina la sicurezza e il Welfare dei Paesi europei. Come RadicaTi stiamo provando a dialogare con i conservatori, per dare il nostro contributo coltivando l’area cattolica senza retoriche e senza sconti valoriali all’interno del partito del Presidente del Consiglio dei ministri italiano Meloni. Nello stesso tempo non demonizziamo il nuovo partito che è recentemente nato a destra dei partiti attualmente al governo in Italia. In generale, non è più il tempo di vagheggiare partiti cattolici con la parola “cristiano” o “cattolico” all’interno dei loghi, così come non è più il tempo di fare i moderati senza spina dorsale, o di raccattare qualunquismi in un grande centro politicamente paludoso, mentre ci accingiamo a emigrare dall’età delle post-ideologie all’età della post-politica tra pixel e AI. Come RadicaTi ovviamente siamo aperti ad accogliere i contributi umani e politici da chiunque pratichi con sacralità il logos, o anche solo il buon senso ».
Lei è al contempo giurista, saggista e poeta. Come convivono queste tre dimensioni nella sua vita di cristiano ? Il diritto fissa i limiti della città terrena, la poesia tocca l'ineffabile e la fede dà il senso ultimo : come evita la schizofrenia in un mondo professionale spesso disconnesso dal trascendente ?
« Diritto, politica e poesia sono intrecciati nella mia stessa identità, e diventano azione quotidiana. La poesia, in particolare, è al contempo sostanza e forma della mia conversione. La poesia per me è il mezzo tra il cielo e la terra, tra il dentro e il fuori, tra me e Dio, tra me e ciascun altro, tra me e le mie radici primigenie. A tenere tutto insieme è lo spirito di missione, che in alcuni ambiti come il diritto diventa spirito di servizio, mentre in politica attualmente è spirito di solidarietà e battaglia, non avendo incarichi politici all’interno di partiti. Poesia, invece, è tutto ciò e molto di più. Poesia è anche ciò che mi permette di oltrepassare il limite del mio poco più che nulla. Poesia è per me spazio di dialettica tra l’ascolto del divino e l’ascolto dell’umano. Io la vivo così. Per quanto riguarda invece la schizofrenia, la si evita tranquillamente se non ci si inventa poeti e se non ci si improvvisa giuristi istituzionali o attivisti politici dall’oggi al domani. Il diritto è un’arte che ho coltivato per anni e anni tra diverse professioni giuridiche e tra diversi saggi e libri che ho scritto, passando anche tante notti insonni. La passione per l’attivismo politico mi ha visto promotore della mia prima battaglia all’età di 13 anni. La poesia mi vede suo amante sin da bambino, e all’età di 12 anni decisi che avrei seguito quel fuoco e quella luce per tutta la vita. Un tronco capace di reggere e alimentare più rami senza seccare ha forti radici per farlo ».
Per concludere, mentre l'Europa sembra talvolta intonare gli ultimi atti di una civiltà crepuscolare, molti giovani tornano a bussare alle porte della Tradizione e riscoprono la bellezza della preghiera. Quale scintilla di speranza cristiana vorrebbe depositare nel cuore di un giovane belga di oggi per ricordargli che il futuro appartiene a coloro che credono nel Risorto ?
« Alcuni versi della mia poesia “Vapore tattile”, pubblicata nella raccolta “Carnànima”. “Evapora l’universo / che racchiudo aperto nel mio verso, / peregrinante. Dall’io a Dio”. Ecco, auguro al giovane belga di peregrinare dall’io a Dio, e dunque di fuoriuscire dal recinto di schiavitù legalizzata dell’io per tendere alla libertà trascendente di Dio ».
O.C.