Sì, è stato proprio un inno al matrimonio monogamico e indissolubile a vincere il Super Bowl della canzone italiana, a Sanremo nella prima notte di questo mese di marzo, con “Per sempre sì” cantata da Sal Da Vinci e con l’entusiastico commento su “Vatican News” del vescovo Antonio Staglianò, presidente dalla Pontificia Accademia di Teologia, per questa inattesa “resistenza poetica” a uno spirito del tempo con sempre meno matrimoni e tentato dal “poliamore”.
Staglianò rinvia alla nota dottrinale “Una caro” pubblicata lo scorso novembre dal dicastero per la dottrina della fede con l’eloquente sottotitolo : “Elogio della monogamia”, ove il modello è l’amore di Gesù che si sacrifica fino alla fine e rende il dono reciproco del matrimonio cristiano un sacramento.
Ma che il matrimonio monogamico e indissolubile non sia affatto vincente nel mondo e, anzi, continui ad essere sottoposto a sfide antiche e nuove è la stessa “Una caro” a riconoscerlo.
Di queste sfide, “Una caro” ne cita due : la poligamia, tuttora ampiamente diffusa soprattutto nell’Africa subsahariana, e il “poliamore”, inteso come “forma pubblica di unione non monogama”, in crescita soprattutto in Occidente.
Il caso africano tanto più tocca nel vivo la Chiesa cattolica in quanto è proprio l’Africa l’unico continente in cui oggi il cristianesimo è in espansione, ormai con il 20 per cento sul totale mondiale dei cattolici battezzati, ma con la poligamia a fare da ostacolo a tanti ulteriori nuovi battesimi.
In Africa, la Chiesa cattolica ha tentato più volte e in più modi di affrontare questo ostacolo e da un paio d’anni sta cercando di elaborare una linea comune. Il Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e del Madagascar ha affidato a dodici esperti la scrittura di un documento unitario sulla questione, la cui bozza – vista e approvata in precedenza dal dicastero per la dottrina della fede – è stata discussa in una assemblea plenaria a Kigali, in Rwanda, fra il 30 luglio il 4 agosto 2025.
La bozza è stata presentata in assemblea, a porte chiuse, da suor Ester Lucas, teologa mozambicana, e ora il testo è in ulteriore elaborazione, prima di una sua consegna alle conferenze episcopali nazionali. Ma già si è saputo che è stata criticata la pratica, qua e là messa in atto, di attribuire al poligamo il riconoscimento ufficiale di “catecumeno permanente”, ossia di candidato a un battesimo da celebrarsi solo dopo il suo abbandono della poligamia, cioè in pratica quasi mai.
Invece, ciò che si intende rafforzare è la “cura pastorale” e l’accompagnamento dei poligami, che in grandissima parte resteranno tali “poiché i coniugi non possono spezzare i legami acquisiti”, ma potranno comunque avere una migliore comprensione del matrimonio cristiano, come “profondamente legato al mistero di Cristo e della Chiesa”. Fermo restando che, qualora soddisfino le condizioni per accedere ai sacramenti, la prima moglie e i figli potrebbero essere battezzati, mentre il marito poligamo e le altre donne “saranno incoraggiati a vivere la loro fede in modo penitenziale e nella speranza di una piena integrazione nella comunità di Gesù”.
A tutti dovrà inoltre essere detto con chiarezza che “la poligamia non è una condizione normativa, neppure nelle società in cui è legalizzata”. Questo perché sono ben trentuno i paesi africani che la riconoscono legalmente.
Ma a mettere in difficoltà la Chiesa cattolica c’è anche il comportamento adottato in materia da altre confessioni cristiane. Nella Chiesa anglicana se ne discute vivacemente già a partire dalla fine dell’Ottocento e la soluzione oggi condivisa, adottata nel 1988, consente di battezzare un poligamo assieme alle sue mogli e ai figli, a patto che non aggiunga altre mogli a quelle che già ha.
Vi sono inoltre le migliaia di Chiese indipendenti africane, fondate e dirette da leader autoctoni, che hanno avuto una forte espansione negli ultimi decenni e in un paese come il Sudafrica contano oggi oltre la metà dei cristiani. Tali Chiese hanno un atteggiamento molto indulgente con la poligamia. Il professor Marzio Barbagli dell’università di Bologna, autore di un’imponente ricerca storica e sociologica su scala mondiale dal titolo “Monogamia. Storia di una eccezione”, uscita in questi giorni in Italia per i tipi del Mulino, addirittura attribuisce alle Chiese indipendenti africane “la nascita di una figura sconosciuta in altri continenti e in altri periodi storici : quella del cristiano poligamo. Nel Burkina Faso ben il 24 per cento dei cristiani ha più mogli e nel Ciad i poligami sono più frequenti tra i cristiani che tra i musulmani”.
La ricerca di Barbagli, estesa sull’arco di tre millenni, conferma che “nelle culture umane è la monogamia che è rara, mentre è comune la poligamia”. I greci e i romani sono stati i primi, a partire dal V secolo avanti Cristo, ad adottare il sistema monogamico di formazione delle famiglie, che il cristianesimo ha reso “esclusivo, duraturo e più egualitario riguardo all’obbligo di fedeltà coniugale”.
E questo in un mondo che al di fuori del dominio di Roma era tutto poligamo, man mano conquistato alla monogamia dapprima in Europa, alcuni secoli dopo nelle Americhe, più tardi ancora in Giappone, in Cina e in India, mentre il passaggio è ancora in corso in altri paesi dell’Asia e nell’Africa subsahariana.
Nel suo primo viaggio africano, programmato dal 13 al 23 aprile in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, papa Leone affronterà sicuramente la questione della poligamia. E forse terrà conto di quanto ha scritto in proposito la nota dottrinale “Una caro” in una nota a piè di pagina, su quelli che ritiene gli elementi da valorizzare del fenomeno :
“Studi approfonditi sulle culture africane mostrano che le diverse tradizioni attribuiscono un’importanza speciale […] al ruolo che la prima sposa è chiamata a svolgere nei confronti delle altre spose. […] La prima moglie, regolarmente sposata secondo i costumi tradizionali, è spesso presentata come quella data da Dio all’uomo, sebbene quest’ultimo possa accogliere altre donne. Nel caso della poligamia, alla prima moglie è riconosciuto un posto speciale nel compiere i riti sacri legati ai funerali o nell’occuparsi dell’educazione dei figli nati da altre donne nella famiglia”.
Ha scritto però il gesuita americano Anthony R. Lusvardi, docente di teologia dei sacramenti alla Pontificia Università Gregoriana, commentando “Una caro” sull’ultimo quaderno de “La Civiltà Cattolica”:
“A ben guardare, se si considera con onestà lo stato attuale della cultura occidentale, occorre evitare di presentare la poligamia come un problema esclusivamente africano. Mark Regnerus dell’Università del Texas e altri studiosi hanno coniato l’espressione ironica ‘monogamia seriale’ per descrivere modelli relazionali – caratterizzati da divorzi diffusi e convivenze di breve durata – oggi largamente prevalenti in Occidente. Anche la pratica della maternità surrogata introduce, di fatto, un terzo soggetto nel matrimonio ai fini della procreazione, senza riconoscere alla donna che partorisce alcuno dei diritti e delle tutele proprie della moglie. […] Inoltre, dopo la legalizzazione dell’unione tra persone dello stesso sesso in diversi paesi occidentali, alcuni critici della famiglia intesa come struttura monogamica, ritenuta oppressiva, hanno iniziato a promuovere sistemi considerati più inclusivi, come il ‘poliamore’. La crescita, in Europa, di comunità musulmane con una lunga tradizione di poligamia potrebbe rendere il tema ancor meno eludibile in futuro”.
Insomma, come scrive anche Barbagli a conclusione della sua ricerca, “il declino della poligamia non ha coinciso con la piena affermazione della monogamia. Certamente non di quella indissolubile per la quale la Chiesa cattolica si è sempre battuta”.
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Ai lettori italiani di Settimo Cielo
(s.m.) Agli italiani chiamati il prossimo 22 marzo a votare “sì” o “no” alla riforma dell’ordinamento giudiziario approvata dal parlamento nell’ottobre 2025, “La Civiltà Cattolica” ha offerto un testo-guida molto accurato, sull’ultimo quaderno della rivista.
Sotto il titolo “Il referendum costituzionale sulla giustizia”, il gesuita Giovanni Cucci, vicedirettore della rivista e docente di filosofia e psicologia alla Pontificia Università Gregoriana, e il giurista Michele Faioli, docente all’Università Cattolica di Milano, non dicono un “sì” esplicito alla riforma, ma ne descrivono le origini e le ragioni in una luce molto positiva, più di quella da loro ravvisata nelle ragioni del “no”, anch’esse riportate con obiettività.
Ogni articolo de “La Civiltà Cattolica” è pubblicato con la previa autorizzazione della segreteria di Stato vaticana, se non del papa in persona. E questo accresce l’autorevolezza della rivista.
Un passaggio chiave dell’editoriale è il seguente :
“La riforma […] si radica nella distinzione tra modello ‘inquisitorio’ e ‘accusatorio’. Il modello inquisitorio, legato alle monarchie assolute e agli Stati autoritari, vedeva il giudice e l’accusatore cooperare come rappresentanti dell’autorità statale alla ricerca di una verità ‘oggettiva’. Al contrario, il modello accusatorio, nato dalle rivoluzioni liberali, pone al centro i diritti inviolabili dell’imputato e richiede un giudice che sia effettivamente terzo rispetto alle parti.
“Il vero antecedente logico della riforma attuale è il Codice di proceduta penale del 1988, che porta la firma del giurista e partigiano Giuliano Vassalli. Con quel testo, l’Italia abbandonò il modello ‘misto’ (di derivazione napoleonica e, in parte, fascista), per adottare un sistema accusatorio di tipo anglosassone, basato sulla dialettica tra le parti e sulla formazione della prova in dibattimento”.
Ecco il link al testo integrale dell’articolo :
> Il referendum costituzionale sulla giustizia
Buona lettura !
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Sandro Magister è stato firma storica del settimanale L’Espresso.
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