Le vere ragioni dello scisma. Un profetico discorso di Ratzinger del 1988

(s.m.) Settimo Cielo non ha pub­bli­ca­to nul­la, fino­ra, sul caso ampia­men­te segui­to dai media di tut­to il mon­do del­lo sci­sma e del­la sco­mu­ni­ca che han­no col­pi­to la Fraternità Sacerdotale San Pio X, fon­da­ta nel 1970 dall’arcivescovo Marcel Lefebvre (1905 – 1991), a moti­vo dell’ordinazione avve­nu­ta il 1 luglio di quat­tro vesco­vi pri­vi dell’autorizzazione del papa (nel­la foto).

Un ana­lo­go sci­sma, con la rela­ti­va sco­mu­ni­ca, ave­va già col­pi­to la Fraternità il 30 giu­gno del 1988, anche allo­ra per l’ordinazione sen­za man­da­to papa­le di quat­tro vesco­vi.

E pochi gior­ni dopo, il 13 luglio di quell’anno, l’allora pre­fet­to del­la con­gre­ga­zio­ne per la dot­tri­na del­la fede, il car­di­na­le Joseph Ratzinger, che era in visi­ta in Cile, ten­ne a Santiago un discor­so in spa­gno­lo ai vesco­vi cile­ni che ana­liz­za­va le “cau­se più pro­fon­de” del­la rot­tu­ra.

A distan­za di mol­ti anni, quell’analisi di Ratzinger appa­re di una straor­di­na­ria attua­li­tà. Settimo Cielo la offre ai suoi let­to­ri come chia­ve inter­pre­ta­ti­va dei fat­ti, con un gra­zie a colui che per pri­mo l’ha risco­per­ta e rilan­cia­ta, il cile­no Luis Badilla Morales, in gio­ven­tù atti­vo oppo­si­to­re del­la dit­ta­tu­ra di Pinochet e poi voce impor­tan­te del­la Radio Vaticana negli anni in cui era diret­ta da padre Federico Lombardi.

Tra i moti­vi del­lo sci­sma, non stu­pi­sce che Ratzinger indi­vi­dui la ripul­sa da par­te dei lefeb­vria­ni del­la rifor­ma litur­gi­ca con­ci­lia­re e il loro rifu­giar­si nel­la litur­gia in rito anti­co. È que­sta tut­to­ra una que­stio­ne irri­sol­ta, che coin­vol­ge lar­ga par­te del­la Chiesa cat­to­li­ca in tut­to il mon­do e che ha visti impe­gna­ti con ten­ta­ti­vi oppo­sti di solu­zio­ne sia Benedetto XVI che Francesco e su cui Leone ha fat­to pre­sa­gi­re un per­cor­so di sapien­te rie­qui­li­brio.

La stra­da imboc­ca­ta da papa Robert F. Prevost è anco­ra tut­ta da per­cor­re­re, ma ha già rac­col­to l’appro­va­zione di auto­re­vo­li uomi­ni di Chiesa ascri­vi­bi­li al cam­po più atten­to alla Tradizione.

Uno di que­sti è il car­di­na­le Robert Sarah, già pre­fet­to del dica­ste­ro per il cul­to divi­no, che ha dedi­ca­to il suo ulti­mo libro – pub­bli­ca­to nel 2025 negli Stati Uniti da Ignatius Press e in que­sti gior­ni in Italia da Cantagalli – pro­prio a musi­ca sacra e litur­gia, in dia­lo­go con Peter Carter, diret­to­re del Catholic Sacred Music Project, sot­to il tito­lo : “Il Cantico dell’Agnello”.

Con accen­ti mol­to affi­ni a quel­li di Ratzinger teo­lo­go, litur­gi­sta e papa.

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Riflessioni sulle cause più profonde del caso Lefebvre

di Joseph Ratzinger

Santiago del Cile, 13 luglio 1988

Senza alcun dub­bio, il pro­ble­ma che Lefebvre ha posto non è fini­to con la rot­tu­ra del 30 giu­gno. Sarebbe trop­po como­do rifu­giar­si in una spe­cie di trion­fa­li­smo e pen­sa­re che que­sto pro­ble­ma abbia ces­sa­to di esse­re tale dal momen­to in cui il movi­men­to di Lefebvre si è sepa­ra­to di net­to dal­la Chiesa. Un cri­stia­no non può mai, né deve, ral­le­grar­si per una rot­tu­ra. Anche se sicu­ra­men­te la col­pa non può esse­re attri­bui­ta alla Santa Sede, è nostro dove­re chie­der­ci qua­li erro­ri abbia­mo com­mes­so, qua­li erro­ri stia­mo com­met­ten­do. I cri­te­ri con cui si giu­di­ca il pas­sa­to, a par­ti­re dal decre­to sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II, devo­no vale­re, come è logi­co, anche per giu­di­ca­re il pre­sen­te. 

Una del­le sco­per­te fon­da­men­ta­li del­la teo­lo­gia dell’ecumenismo è che gli sci­smi pos­so­no pro­dur­si uni­ca­men­te quan­do, nel­la Chiesa, non si vivo­no né si ama­no più alcu­ne veri­tà e alcu­ni valo­ri del­la fede cri­stia­na. La veri­tà che è mar­gi­na­liz­za­ta diven­ta auto­no­ma, rima­ne stac­ca­ta dal­la tota­li­tà del­la strut­tu­ra eccle­sia­sti­ca ed è attor­no ad essa che si for­ma un nuo­vo movi­men­to. Ci deve far riflet­te­re il fat­to che tan­ti uomi­ni, pur lon­ta­ni dal­la cer­chia ristret­ta del­la fra­ter­ni­tà di Lefebvre, veda­no in quest’uomo una spe­cie di gui­da, o per lo meno un uti­le allea­to. Non è suf­fi­cien­te ricon­dur­re ciò a moti­vi poli­ti­ci, o alla nostal­gia o ad altre ragio­ni secon­da­rie di tipo cul­tu­ra­le. Queste cau­se non sareb­be­ro suf­fi­cien­ti per attrar­re anche spe­cial­men­te dei gio­va­ni, di mol­ti diver­si pae­si e immer­si in con­di­zio­ni poli­ti­che o cul­tu­ra­li com­ple­ta­men­te dif­fe­ren­ti. Certamente, la loro visio­ne ristret­ta, uni­la­te­ra­le, si nota da ogni par­te ; tut­ta­via, il feno­me­no nel suo insie­me non sareb­be pen­sa­bi­le se non ci fos­se­ro in gio­co anche ele­men­ti posi­ti­vi, che gene­ral­men­te non tro­va­no suf­fi­cien­te spa­zio vita­le nel­la Chiesa di oggi.

Per tut­ti que­sti moti­vi, dob­bia­mo con­si­de­ra­re que­sta situa­zio­ne pri­ma­ria­men­te come l’occasione di un esa­me di coscien­za. Non dob­bia­mo teme­re di esa­mi­nar­ci seria­men­te sul­le man­can­ze nel­la nostra pasto­ra­le, che emer­go­no da tut­ti que­sti fat­ti. In que­sto modo potre­mo offri­re uno spa­zio a colo­ro che lo stan­no cer­can­do e sol­le­ci­tan­do den­tro la Chiesa e così riu­sci­re a far diven­ta­re lo sci­sma, dall’interno stes­so del­la Chiesa, qual­co­sa di super­fluo.

Vorrei esa­mi­na­re tre aspet­ti che, a mio giu­di­zio, han­no un ruo­lo impor­tan­te in que­sta situa­zio­ne.

A. Il sacro e il pro­fa­no

Esistono mol­te ragio­ni per cui mol­te per­so­ne potreb­be­ro aver cer­ca­to rifu­gio nell'antica litur­gia. Una del­le prin­ci­pa­li e più impor­tan­ti è che vi tro­va­va­no sal­va­guar­da­ta la digni­tà del sacro.

Dopo il Concilio, mol­ti ele­va­ro­no inten­zio­nal­men­te la "desa­cra­liz­za­zio­ne" al livel­lo di un pro­gram­ma, spie­gan­do che il Nuovo Testamento ave­va abo­li­to il cul­to nel Tempio : il velo del Tempio squar­cia­to al momen­to del­la mor­te di Cristo sul­la cro­ce signi­fi­ca­va – secon­do loro – la fine del sacro. La mor­te di Gesù fuo­ri dal­le mura, cioè nel­la sfe­ra pub­bli­ca, era ora la vera ado­ra­zio­ne ; l’adorazione, se esi­ste, si svol­ge nel­la non sacra­li­tà del­la vita quo­ti­dia­na, nell'amore vis­su­to. Sulla base di que­ste argo­men­ta­zio­ni, i para­men­ti sacri furo­no rele­ga­ti in secon­do pia­no ; le chie­se furo­no spo­glia­te, per quan­to pos­si­bi­le, del­lo splen­do­re che richia­ma il sacro ; e la litur­gia fu ridot­ta, per quan­to pos­si­bi­le, al lin­guag­gio e ai gesti del­la vita ordi­na­ria, attra­ver­so salu­ti, comu­ni segni di ami­ci­zia e cose simi­li.

Tuttavia, con tali teo­rie e pra­ti­che, il vero lega­me tra Antico e Nuovo Testamento è sta­to com­ple­ta­men­te igno­ra­to ; si è dimen­ti­ca­to che que­sto mon­do non è anco­ra il Regno di Dio e che “il Santo di Dio” (Gv 6,69) rima­ne in con­trad­di­zio­ne con il mon­do ; che abbia­mo biso­gno di puri­fi­ca­zio­ne per avvi­ci­nar­ci a Lui ; che il pro­fa­no, anche dopo la mor­te e la risur­re­zio­ne di Gesù, non è diven­ta­to san­to. Il Risorto si è mani­fe­sta­to solo a colo­ro i cui cuo­ri si sono aper­ti a Lui, al Santo : non si è rive­la­to al mon­do inte­ro. Da que­sto mon­do si è aper­to il nuo­vo spa­zio di ado­ra­zio­ne, al qua­le ora tut­ti sia­mo indi­riz­za­ti ; a quell'adorazione che con­si­ste nell'avvicinarsi alla comu­ni­tà del Risorto, ai cui pie­di le don­ne si ingi­noc­chia­ro­no e lo ado­ra­ro­no (Mt 28,9).

Non desi­de­ro appro­fon­di­re ulte­rior­men­te que­sto pun­to in que­sta sede, ma sem­pli­ce­men­te giun­ge­re diret­ta­men­te alla con­clu­sio­ne : dob­bia­mo recu­pe­ra­re la dimen­sio­ne del sacro nel­la litur­gia. La litur­gia non è un festi­val, non è un incon­tro di pia­ce­re. Non ha alcu­na impor­tan­za se il par­ro­co rie­sca a met­te­re in ope­ra idee sug­ge­sti­ve o spe­cu­la­zio­ni fan­ta­sio­se. La litur­gia è nel far­si pre­sen­te in mez­zo a noi del Dio tre vol­te san­to, è il rove­to arden­te, è l'Alleanza di Dio con l'umanità in Gesù Cristo mor­to e risor­to. La gran­dez­za del­la litur­gia non si fon­da nell'offrire un intrat­te­ni­men­to inte­res­san­te, ma nel­la sua capa­ci­tà di met­ter­ci in con­tat­to con il Totalmente Altro, che non potrem­mo evo­ca­re noi. Egli vie­ne per­ché vuo­le. In altre paro­le, l'essenza del­la litur­gia è il miste­ro, che si rea­liz­za nel rito comu­ne del­la Chiesa ; tut­to il resto lo smi­nui­sce. Le per­so­ne lo spe­ri­men­ta­no viva­men­te, e si sen­to­no ingan­na­te quan­do il miste­ro si muta in intrat­te­ni­men­to, quan­do il pro­ta­go­ni­sta del­la litur­gia non è più il Dio viven­te, ma il sacer­do­te o l’animatore litur­gi­co.

B. La non arbi­tra­rie­tà del­la fede e la sua con­ti­nui­tà

Difendere il Concilio Vaticano II, all’opposto dell'arcivescovo Lefebvre, come vali­do e vin­co­lan­te per la Chiesa è e con­ti­nue­rà ad esse­re una neces­si­tà. Tuttavia, esi­ste un atteg­gia­men­to di vedu­ta ristret­ta che iso­la il Vaticano II e ha pro­vo­ca­to l’opposizione. Molte inter­pre­ta­zio­ni dan­no l'impressione che, dopo il Vaticano II, tut­to sia cam­bia­to e che ciò che è venu­to pri­ma non pos­sa più esse­re vali­do, o, nel­la miglio­re del­le ipo­te­si, lo sarà solo alla luce del Vaticano II. Il Concilio Vaticano II non vie­ne con­si­de­ra­to come par­te del­la tota­li­tà del­la Tradizione viven­te del­la Chiesa, ma piut­to­sto come la fine del­la Tradizione e un com­ple­to rico­min­cia­men­to da zero. La veri­tà è che il Concilio stes­so non ha defi­ni­to alcun dog­ma e ha cer­ca­to con­sa­pe­vol­men­te di espri­mer­si in modo più mode­sto, sem­pli­ce­men­te come un con­ci­lio pasto­ra­le ; tut­ta­via, mol­ti lo inter­pre­ta­no come se fos­se qua­si un super-dogma che toglie impor­tan­za a tut­to il resto.

Questa impres­sio­ne è raf­for­za­ta soprat­tut­to da ciò che acca­de nel­la vita quo­ti­dia­na. Ciò che un tem­po era con­si­de­ra­to la cosa più sacra – la for­ma tra­smes­sa dal­la litur­gia – improv­vi­sa­men­te appa­re come la più proi­bi­ta e l'unica cosa che si deb­ba neces­sa­ria­men­te rifiu­ta­re. Le cri­ti­che alle novi­tà dell'era post-conciliare non sono tol­le­ra­te ; ma quan­do ad esse­re in gio­co sono le anti­che rego­le o le gran­di veri­tà del­la fede – ad esem­pio, la ver­gi­ni­tà cor­po­rea di Maria, la risur­re­zio­ne cor­po­rea di Gesù, l'immortalità dell'anima, ecc. – non c'è alcu­na rea­zio­ne, oppu­re si ha solo una rea­zio­ne estre­ma­men­te atte­nua­ta. Io stes­so ho assi­sti­to, quan­do ero pro­fes­so­re, a come lo stes­so vesco­vo che pri­ma del Concilio ave­va licen­zia­to un pro­fes­so­re irre­pren­si­bi­le per il suo modo di par­la­re un po' bru­sco, dopo il Concilio non si sia tro­va­to capa­ce di cac­cia­re un altro pro­fes­so­re che nega­va aper­ta­men­te alcu­ne veri­tà fon­da­men­ta­li del­la fede. Tutto ciò por­ta mol­ti a chie­der­si se la Chiesa di oggi sia dav­ve­ro anco­ra la stes­sa di ieri, o se sia sta­ta sem­pli­ce­men­te sosti­tui­ta da un'altra a loro insa­pu­ta. L'unico modo per ren­de­re cre­di­bi­le il Concilio Vaticano II è pre­sen­tar­lo chia­ra­men­te per quel­lo che è : una par­te dell'intera e uni­ca Tradizione.

C. L’unicità del­la veri­tà

Lasciando da par­te la que­stio­ne litur­gi­ca, i pun­ti cen­tra­li del con­flit­to sono attual­men­te l'attacco al decre­to sul­la liber­tà reli­gio­sa e al pre­sun­to spi­ri­to di Assisi. Su que­sti pun­ti, Lefebvre trac­cia una linea di demar­ca­zio­ne tra la sua posi­zio­ne e quel­la del­la Chiesa cat­to­li­ca oggi. Non è neces­sa­rio affer­ma­re espli­ci­ta­men­te che le sue asser­zio­ni su que­sto argo­men­to non pos­so­no esse­re accet­ta­te. Ma non ci sof­fer­me­re­mo qui sui suoi erro­ri ; desi­de­ria­mo piut­to­sto chie­der­ci dove risie­da la man­can­za di chia­rez­za in noi stes­si.

Per Lefebvre, si trat­ta di una lot­ta con­tro il libe­ra­li­smo ideo­lo­gi­co, con­tro la rela­ti­viz­za­zio­ne del­la veri­tà. Evidentemente, non sia­mo d’accordo con lui sul fat­to che il testo con­ci­lia­re sul­la liber­tà reli­gio­sa o la pre­ghie­ra di Assisi, secon­do le inten­zio­ni espres­se dal papa, sia­no rela­ti­viz­za­zio­ni [del­la veri­tà]. Tuttavia, è vero che, nel­la tem­pe­rie spi­ri­tua­le del tem­po post-conciliare, la que­stio­ne del­la veri­tà è sta­ta spes­so dimen­ti­ca­ta, per­si­no sop­pres­sa ; e for­se qui stia­mo toc­can­do il pro­ble­ma cru­cia­le del­la teo­lo­gia e del­la pasto­ra­le odier­ne.

La "veri­tà" è improv­vi­sa­men­te appar­sa come una pre­te­sa ecces­si­va­men­te alta, un "trion­fa­li­smo" che non pote­va più esse­re tol­le­ra­to. Questo pro­ces­so si veri­fi­ca in modo par­ti­co­lar­men­te evi­den­te nel­la cri­si in cui sono cadu­ti l'ideale e la pra­ti­ca mis­sio­na­ria. Se non miria­mo alla veri­tà quan­do annun­cia­mo la nostra fede, e se que­sta veri­tà non è più essen­zia­le per la sal­vez­za dell'umanità, allo­ra le mis­sio­ni per­do­no il loro signi­fi­ca­to. In effet­ti, si è giun­ti e si giun­ge tut­to­ra alla con­clu­sio­ne che, in futu­ro, l'unico obiet­ti­vo dovreb­be esse­re che i cri­stia­ni sia­no buo­ni cri­stia­ni, i musul­ma­ni buo­ni musul­ma­ni, gli indù buo­ni indù, e così via. Ma come si può sape­re quan­do qual­cu­no è un "buon" cri­stia­no o un "buon" musul­ma­no ? L'idea che tut­te le reli­gio­ni sia­no, pro­pria­men­te par­lan­do, in ulti­ma ana­li­si sem­pli­ci sim­bo­li dell'incomprensibile, sta rapi­da­men­te gua­da­gnan­do ter­re­no anche nel­la teo­lo­gia ed è già pro­fon­da­men­te radi­ca­ta nel­la pra­ti­ca litur­gi­ca. Ovunque si mani­fe­sta que­sto feno­me­no, la fede in quan­to tale vie­ne abban­do­na­ta, poi­ché con­si­ste pre­ci­sa­men­te nell'affidarsi alla veri­tà nel­la misu­ra in cui essa vie­ne rico­no­sciu­ta. Pertanto, abbia­mo cer­ta­men­te ogni ragio­ne di tor­na­re al buon sen­so anche in que­sto ambi­to. Se riu­sci­re­mo a mostra­re e a vive­re di nuo­vo la tota­li­tà del cat­to­li­ce­si­mo in que­sti ambi­ti, solo allo­ra potre­mo spe­ra­re che lo sci­sma di Lefebvre non sia di lun­ga dura­ta.

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Sandro Magister è sta­to fir­ma sto­ri­ca del set­ti­ma­na­le L’Espresso.
Questo è l’attuale indi­riz­zo del suo blog Settimo Cielo, con gli ulti­mi arti­co­li in lin­gua ita­lia­na : set​ti​mo​cie​lo​.be
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